Gomorra: lo specchio della nostra paura.

Tra complimenti ed elogi si è conclusa la terza stagione di Gomorra, la serie tv targata Sky, ispirata all’omonimo libro di Roberto Saviano.

Gomorra

Immagine dal Web

Insieme ai tantissimi apprezzamenti non sono mancate anche note di dissenso, sia per l’eventuale ascendente negativo che per l’idealizzazione dei personaggi e il pericolo di emulazione.

Negli anni, molti sono stati gli studi volti a determinare quanto le immagini aggressive e cruente avrebbero potuto influenzare lo sviluppo di comportamenti violenti, in particolar modo tra i giovani ma, ad oggi, non c’è alcun dato certo su questa consequenzialità, piuttosto esiste una complessa connessione di più fattori.

In effetti, non tutti coloro che hanno seguito oggi “Gomorra” e “Romanzo Criminale” e tanti anni fa capolavori come il “Padrino” e “Scarface”, sono andati in giro a mietere reati e vittime e, per lo stesso principio, la visione di “Carabinieri” non ha sfornato un numero astronomico di domande di arruolamento nell’Arma, “Don Matteo” una sfilza di nuovi sacerdoti e “Beautiful” relazioni alquanto improbabili.

L’evoluzione verso una carriera deviante non può essere attribuita banalmente solo alla visione di una storia o di una rappresentazione cinematografica e non è di alcuna utilità assegnare alla tv o al cinema il carico solitario di un ruolo educativo. Certamente anche i mass media hanno un peso e una funzione sociale importante, ma non possiedono il potere di orientare la volontà e l’azione se non sono presenti degli elementi di base su cui poggiare. La società tutta è responsabile di un declino e un abbrutimento di valori, di una non curanza dell’altro, di una cultura della sopraffazione e del dominio, di una violenza barbara e i giovani possono essere certamente i più esposti, ma solo sulla base di una già presente insoddisfazione e di un disagio personale e relazionale, di una mancanza di punti di riferimento importanti, di una solitudine da un punto di vista umano ed educativo, tutti elementi che funzionano da sostegno e spinta verso un possibile passaggio all’azione violenta. Nonostante questo, è sempre molto più facile e rassicurante scaricare le responsabilità sull’ “altro”, sulcattivo, che diventa capro espiatorio consolatorio per tutto ciò che dovrebbe essere invece analizzato a più livelli.

È dunque deleterio e inutile scagliarsi contro quella che è la sapiente rappresentazione di un punto di vista narrativo nella speranza che, addossarle delle colpe, possa rendere lo spettatore libero da ogni responsabilità e possa proteggerlo anche da un senso di insicurezza e paura che Gomorra gli “vomita” addosso. Piuttosto, dietro la preoccupazione per le conseguenze e gli effetti, esiste una reale inquietudine più intima e profonda che è l’essenza del messaggio scomodo che Gomorra rimanda al pubblico: la parte buia che si cela in ognuno di noi non è poi così lontana!

Ogni individuo tende a pensare che la linea di demarcazione tra il bene e il male sia ben definita e difficilmente valicabile e che la malvagità possa riguardare solo una determinata categoria di persone, così come solo alcuni ambienti. Questa attribuzione, consente di proiettare il “male” sull’altro, proteggendo l’immagine di sé. Gomorra sconvolge questo equilibrio e scuote l’animo umano perché obbliga lo spettatore in una claustrofobica sensazione di immersione nella parte buia: il ritmo violento e incalzante, le ambientazioni fredde e cupe, i dialoghi fitti e taglienti, ogni cosa costringe a guardare solo in una direzione, senza alcuna via di scampo.

Gli elementi che strutturano la storia e lo stile narrativo riducono le distanze tra un “noi” buono e un “loro” cattivo e possono essere sintetizzati in 4 punti:

–       Non esistono i “buoni”: l’immersione in un clima di cattiveria, di violenza e di aggressività senza la speranza di potersi aggrappare a ciò che potrebbe contrastarla, ci rende vulnerabili e indifesi, emotivamente attaccabili, ci soffoca, ci obbliga a vedere la cattiveria e a sentirci disgustati, proprio come nel “trattamento Ludovico van” in Arancia Meccanica. Non esiste la possibilità di identificazione con alcuna parte buona, non è concesso il tempo di avvicinarsi ad un personaggio meno problematico, perché prima o poi farà qualcosa di riprovevole che destabilizzerà emotivamente lo spettatore.

 

–       Non c’è redenzione, piuttosto un’evoluzione verso il male: nessun personaggio si redime o si salva, tutti navigano nelle acque torbide della violenza e della sopraffazione e se c’è un cambiamento è solo in senso peggiorativo: Genny (Salvatore Esposito), Patrizia (Cristiana Dell’Anna), Valerio (Loris De Luna) sono un esempio emblematico di questa involuzione.

 

–       Non esiste alcun valore positivo: quando ci sembra stia per emergere un’emozione, un legame, un contatto disinteressato, tutto va in frantumi perché dietro si cela un secondo fine, un tradimento, un gioco di potere senza esclusione di colpi.

 

–       Il male non ha riferimenti logici ma può nascere in chiunque e ovunque: non esistono regole certe per cui un personaggio che non incarni lo stereotipo del delinquente tipo possa essere invece avviluppato nel vortice della cattiveria: ogni persona potenzialmente può essere malvagia e il male perde i contorni rassicuranti dell’ “estraneo” e diventa tristemente familiare.

 

Tutti gli elementi che Gomorra finora è stata capace di sottolineare, offrono la possibilità di uscire da una logica binaria di bene/male, buono/cattivo, uguale/diverso e costringono a guardare ciò che ostinatamente si tende ad allontanare, trasferendolo al di fuori di sé. È invece solo riconoscendo la nostra “ombra” come una parte di noi stessi ed entrandone in contatto che possiamo renderla meno spaventosa, prendendoci anche la responsabilità di essere artefici della costruzione di quei fattori di protezione che riescono a garantire la distanza dai malvagi protagonisti di Gomorra.

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